La storia dell'ICCD

L'Istituto centrale per il catalogo e la documentazione (ICCD) nasce nel 1975 con l'istituzione del Ministero per i beni culturali e ambientali - oggi Ministero dei beni e delle attività culturali - e ha i compiti di gestire il Catalogo generale del patrimonio archeologico, architettonico, storico artistico ed etnoantropologico nazionale, di documentare il patrimonio e conserva collezioni di fotografia storica costantemente incrementate e offerte alla pubblica consultazione. Per le sue funzioni riferite a catalogazione e fotografia, l’Istituto cura la formazione e la comunicazione su diversi canali.

L'ICCD riunisce due enti di origini e storie diverse ma con la medesima finalità di conoscenza del patrimonio culturale: l'Ufficio del catalogo, nato nel 1969 con il compito di definire le metodologie della catalogazione e di coordinare le attività operative degli organi tecnici, e il Gabinetto fotografico nazionale, fondato nel 1895 quale principale istituzione statale per la produzione e la raccolta delle documentazioni fotografiche, che annette nel 1959 l'Aerofototeca nazionale

Sintesi storica del Catalogo

All’indomani dell’unità d’Italia, nel 1875, hanno inizio le prime rilevazioni sistematiche sul territorio con la finalità di censire il patrimonio storico artistico del nuovo stato italiano.  Al 1888 risalgono le “Norme per la compilazione del catalogo degli oggetti d’arte” e al 1893 l’istituzione di un Ufficio per la compilazione del catalogo dei monumenti.

Con la prima legge di tutela del 1902 si comincia a parlare di “Catalogo unico dei monumenti ed oggetti aventi pregio d'arte o di antichità” e si riconosce valore giuridico all’iscrizione di un bene al Catalogo con effetti sulla tutela. Ogni riferimento al Catalogo scompare nella seconda legge di tutela n. 364 del 20 giugno 1909.  

Il regio decreto n. 1889 del 1923 richiama l'urgenza  di compilare, per la conoscenza e la conservazione, un catalogo dei monumenti e delle opere d’interesse storico, artistico e archeologico di proprietà  statale.

Nulla sulla catalogazione nella legge n. 1089 del 1939, tuttavia le soprintendenze, ufficialmente istituite su tutto il territorio nazionale con la L. 386/1907, catalogano il patrimonio consapevoli dei rischi a cui sono sottoposti i beni  sul territorio. Le schede lavorate dalle soprintendenze confluiscono nel 1969 nell’Archivio del nuovo Ufficio Centrale per il Catalogo, istituito quell’anno presso il Ministero della Pubblica Istruzione, trasformatosi in Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione (ICCD) nel 1975 a seguito dell’istituzione del Ministero dei Beni Culturali.

Nella metà degli anni Settanta, alle soprintendenze si aggiungono i primi centri di documentazione regionale con gli obiettivi di censire, catalogare e documentare i beni culturali presenti nei diversi territori.  Agli anni Novanta risalgono gli accordi con la Conferenza Episcopale Italiana (CEI) per definire forme di collaborazione tra diocesi e soprintendenze finalizzate al progetto CEI di Inventario dei beni ecclesiastici. Successivamente intervengono accordi con Tavola Valdese (2014) e con la Fondazione per i beni culturali ebraici in Italia (2015) che, insieme alle Università compongono i nodi centrali della rete degli enti maggiormente impegnati  nella catalogazione.

Seguendo l’articolato sistema di relazione tra stato e regioni si arriva agli articoli 148 e 149 del D. Lgs. 112 del 1998 che definisce i rispettivi compiti nell’ottica delle distinte funzioni di tutela e valorizzazione dei beni culturali, distinzione poi confermata dalla riforma del Titolo V della costituzione (legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3).

L’Accordo nazionale Stato- Regioni de 2001 consolida un sistema policentrico in cui le regioni in autonomia avviano i loro sistemi informativi con riferimento alle necessità del territorio, in connessione con il sistema informativo generale del catalogo gestito, per il Ministero, dall’ICCD.

Nel 2004, il Codice dei beni culturali all’art. 17 recepisce questo processo partecipativo delle regioni ma continua a fare perno sul Ministero, come garante dell’unitarietà della tutela, per assicurare la catalogazione del patrimonio culturale e definirne le metodologie con il concorso delle Regioni. Stato, regioni ed enti pubblici territoriali catalogheranno ciascuno i beni di loro proprietà facendo affluire i dati prodotti al Catalogo nazionale “in ogni sua articolazione”.

La partecipazione delle regioni rimane questione complessa. Le regioni governano reti a livello territoriale (comuni, enti pubblici o privati di rilevanza pubblica, come ad esempio le fondazioni); l’ICCD coordina la rete delle soprintendenze territoriali del Mibac che realizzano concretamente la catalogazione nel Sistema informativo generale del catalogo (SIGECweb).

Il Catalogo dei beni culturali, a cavallo tra finalità di tutela e di valorizzazione, si pone tra le competenze di due diversi livelli di governo:

  • una funzione di regolazione (individuazione dei beni culturali ai fini di tutela);
  • una  funzione di erogazione di un servizio per la collettività (accesso pubblico alla conoscenza del patrimonio culturale).

Ciò determina un intreccio di competenze che ha ripercussioni sulla governance della rete, resa già complicata dalla numerosità e scarsa interdipendenza dei nodi.

Il modello cooperativo si afferma come il più adatto a "costruire" collaborazione perchè in grado di profilare i servizi offerti dalla rete sia verso il suo interno, con la produzione di standard di catalogazione, con protocolli di interoperabilità applicativa profilati sulle singole realtà regionali; sia verso l'ambiente esterno, ad esempio con la proposta di diverse modalità di consultazione pubblica e di riuso dei dati, a seconda dell'utenza a cui ci si riferisce.

Il Catalogo mantiene così la funzione regolatrice riferita alla tutela ma la allarga oltre l’ambito amministrativo. Il web semantico giunge ad offrire al Catalogo una più agile cooperazione tra amministrazioni pubbliche e tra queste e i soggetti privati. Il riutilizzo dei dati del Catalogo oltrepassa la prospettiva interna di erogazione di una prestazione focalizzata sulla produzione e la pubblicazione dei dati e ne introduce una esterna centrata sui bisogni dell'utenza, sulla fornitura di un servizio che faciliti i processi di uso e di riuso.

Il riuso rappresenta il processo che consente all'utente di avere un prodotto a mezzo di un servizio. Si tratta ora di creare delle piattaforme che mettano in condizione il destinatario di ottenere ciò di cui ha bisogno nella forma e con le modalità che gli sono più congeniali.